Accordo Fiat-Chrysler

Articolo del febbraio 2009 presente in originale nel gruppo Hainz di google.

Due tonfi in borsa, così è stato salutato l’acquisizione da parte del gruppo Fiat del 35% dell’americana Chrysler. Eppure questa operazione dimostra le qualità e la bravura dell’amministratore delegato nell’approfittare della situazione critica dei colossi americani.

La scelta di Marchionne si basa su due questioni fondamentali:

– sovra-produzione degli attuali stabilimenti Chrysler, alcuni dei quali, se si formalizza l’accordo, saranno riconvertiti per la produzione delle piccole auto Fiat sia con operazioni di pura ri-marchiatura Chrysler di modelli Fiat che per produzione di vere e proprie Fiat;

– insufficienza di risorse economiche per l’ingegnerizzazione e la messa in produzione di nuovi modelli, i quali risultino parchi nei consumi come richiesto dall’amministrazione Bush/Obama per ottenere la seconda tranche dei finanziamenti governativi a marzo.

La proposta vera e propria dell’a.d. Fiat consiste nell’ottenere da Cerberus, l’attuale proprietaria dell’ 80% della società, il 35% delle azioni Chrysler in cambio della fornitura di pianali e auto complete in cambio della possibilità di sfruttare la rete commerciale Chrysler per la Fiat 500 e Alfa Romeo.

Così facendo il geniale Marchionne aggira la precedente lettera di intenti che avrebbe portato ad un’intesa con Bmw; questo accordo avrebbe previsto l’utilizzo della rete di vendita Mini per la commercializzazione di Alfa Romeo nel mercato americano e la condivisione del pianale Mito/Grande Punto per l’erede dell’attuale Mini. Quindi un vero scacco matto a Bmw!
In aggiunta gli investimenti che Fiat sosterrà per la conversione delle fabbriche Chrysler potrebbero essere ammortizzati dalle possibili economie di scala fatte dalla condivisione di un maggior numero di auto, dei motori e delle trasmissioni Fiat.

Anche per il mercato europeo ci potrebbero essere vantaggi, soprattutto per il marchio torinese: infatti le attuali auto Chrysler utilizzano per lo più il 4 cilindri diesel Volkwagen con iniettore pompa, il quale potrebbe essere sostituito a breve con ottimi common-rail Fiat. Inoltre l’ammiraglia Chrysler, la 300c, adotta un V6 di origine Mercedes derivanti dalla precedente proprietà di Daimler, mentre il vendutissimo GrandVoyager adotta un 4 cilindri di 2800cc della VM Motori, società venduta da Chrysler ad un investitore, il quale successivamente l’ha rivenduta a General Motors. Perciò ci sarebbe per Fiat la possibilità di un ottimo partner per la condivisione del V6 diesel in sviluppo presso Fiat, che sia diretto concorrente dei blasonati tre litri tedeschi.

Sul fronte dei benzina Fiat ha a disposizione ottimi propulsori dalla cilindrata ridotta turbo-compressi che potrebbero fare gola a Chrysler sia per il mercato europeo che per quello americano.

L’arma vincente di Fiat potrebbe essere il tanto atteso Multiair che permette ulteriori vantaggi nel consumo, specialmente alle andature medio-basse tipiche delle high-way americane e delle statali, purtroppo però questo sistema non sarà utilizzato sull’imminente 1,8 turbo da 200cv e sulla variante a benzina del V6.
Questi motori, sebbene non dotati di questo sistema, potrebbero comunque interessare Chrysler per l’utilizzo dell’iniezione diretta e della sovralimentazione con ottime ripercussioni per FPT, l’azienda di Fiat che produce i propulsori.

Inoltre lo sbocco sul mercato americano data da una rete di vendita capillare come quella Chrysler sarebbe utilissima per il ritorno di Alfa Romeo negli Stati Uniti soprattutto non per l’importazione di modelli europei, ma per costruzione in loco delle auto del biscione come fatto da Bmw. Sicuramente l’attuale gamma sarebbe da rivedere e soprattutto da ampliare verso l’alto con la necessità di tornare alla trazione posteriore di cui gli americani sono da sempre dei fedeli sostenitori. A mio parere l’idea vincente sarebbe quella di costruire un nuovo pianale che possa coprire i segmenti D ed E americani (leggermente più grandi dei nostri) sia nelle versioni berline che in varianti Suv e coupè, mantenendo la medesima meccanica e la stessa piattaforma allungata nel passo, con considerevoli economie di scala anche per la possibile condivisione della stessa piattaforma anche da parte di Jaguar, di proprietà dell’alleato indiano Tata Motors.

Con l’acquisizione del 35% di Chrysler e l’accordo con il marchio indiano si delinea il pensiero di Marchionne e cioè che sopravviveranno nel mondo solo case automobilistiche veramente mondiali da 5 milioni di vetture annue. Inoltre dopo lo stanziamento della seconda tranche degli aiuti governativi al settore auto, Fiat acquisirebbe un ulteriore 20% di Chrsyler diventando l’azionista di riferimento nonché proprietario.
Probabilmente la possibilità di fallimento di Chrysler ha portato al panico in Borsa, ma non bisogna dimenticare che questo ulteriore percentuale costerebbe a Fiat la cifra irrisoria di 28 milioni di euro. Se poi effettivamente Chrysler fallisse Fiat diventerebbe il principale interlocutore per rilevare le attività di Chrysler.

Enzo Ceroni – Hainz 02/02/2009


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